Approccio Narrativo e Non Strutturalista
Il modo in cui lavoro nasce dall’incontro tra orientamento narrativo e prospettiva non strutturalista. Questo significa, per me, considerare l’esperienza delle persone non come qualcosa da ricondurre rapidamente a una definizione stabile, ma come un campo complesso, attraversato da linguaggi, relazioni, contesti, eventi e descrizioni che nel tempo acquistano forza, rigidità o apertura.
Il problema e la persona
In molti momenti di sofferenza, il problema tende a occupare tutto il campo e a presentarsi come una verità sul soggetto: una persona finisce per pensarsi attraverso ciò che la blocca, la spaventa o la ferisce. Lavorare in questa prospettiva significa provare a distinguere la persona dal problema, osservare come certe descrizioni si consolidano e creare le condizioni perché possano emergere letture più accurate, più abitabili e più utili dell’esperienza.
Il ruolo del linguaggio
Il linguaggio, in questo lavoro, non è un semplice mezzo per raccontare ciò che c’è già. Le parole contribuiscono a organizzare l’esperienza, a darle forma, a renderla più stretta oppure più respirabile. Per questo, nel colloquio psicologico, diventa importante prestare attenzione ai nomi che una persona dà a sé stessa, ai significati che si ripetono, alle immagini identitarie che sembrano definitive e ai punti in cui, invece, qualcosa può ancora essere riaperto.
Identità e possibilità
Un approccio non strutturalista guarda con attenzione alle forme attraverso cui l’identità si compone nel tempo, senza trattarla come una sostanza fissa o come un nucleo da scoprire una volta per tutte. Questo permette di lavorare non solo sulla sofferenza, ma anche sui modi in cui una persona, o una coppia, può tornare a riconoscere margini di movimento, di parola e di scelta che prima apparivano chiusi o impraticabili.
